Estate 2011

Tornato l’11 settembre dal consueto viaggio di studio in Oriente, scrivo solo ora qualche riga su quanto è emerso questa estate. Non ho nemmeno tentato di scrivere dal posto in tempo reale perché sapevo che non ce l’avrei fatta a stare dietro alle cose, il tempo non sarebbe stato sufficiente.

Quindi proverò a sintetizzare qualche impressione adesso a mente fredda, spero in modo non troppo prolisso.

Datong, Cina Popolare

Questa volta il mio arrivo a Datong è piuttosto tormentato, impiego due giorni di viaggio a causa della mancanza di coincidenze di aerei, treni e bus senza posti disponibili. Devo attendere un giorno a Pechino, ma alla fine riesco a partire.

Il Gran Maestro Guo (grande anche di statura, oltre che per l’indiscutibile livello) ci sta aspettando nella nuova sede con un gruppetto di allievi cinesi, che riconosco mentre entro nella sala.

Il mio allievo Fabio, con il quale condivido i viaggi di questa estate, deve essere piuttosto emozionato: è uno dei pochi occidentali a varcare la soglia della “tana”, dove Guo Guizhi trasmette i suoi insegnamenti agli allievi più progrediti.

Dopo i saluti e i convenevoli (è un anno che manco da Datong e siamo tutti molto contenti di ritrovarci!), iniziamo subito a praticare il zhan zhuang, esercizio fondamentale del Dachengquan, che affronteremo in diversi modi della nostra settimana d’allenamento.

Allenarsi nella sede centrale mette a dura prova non solo muscoli e sistema nervoso, ma anche i polmoni dei partecipanti: nella scuola di Datong sono infatti molti i cinesi che fumano, tra un esercizio e l’altro. Primo tra tutti il Maestro che fuma, osserva, medita, corregge l’impostazione degli esercizi e di tanto in tanto ferma tutti per spiegare un nuovo esercizio. Riuscire a praticare tra nuvole di fumo, anche se con finestre e porte aperte, sembra essere un allenamento nell’allenamento. L’abilità consiste nel trovare lo spazio più idoneo per non essere troppo “affumicati” e nella capacità di sopportazione. I polmoni ringraziano, ma è un prezzo che pagano volentieri per permettere al resto del corpo di approfondire un lavoro di introspezione che sembra non avere fine.

A proposito dell’abitudine dei cinesi a fumare dirò ancora, e con questo chiuderò l’argomento, che essa ricorda la stessa abitudine che noi giovani degli ’70 avevamo e che avevamo ereditato dalle generazioni precedenti: si fumava dappertutto e di continuo, era normale fumare anche in ascensore, in casa, duranti i pasti tra un piatto e l’altro… era un’abitudine assolutamente sbagliata, figlia dell’ignoranza e della sottovalutazione delle conseguenze.  Fumare, a quel tempo, ti faceva sentire grande, adulto.  Era roba da duri, insomma.  Addirittura suonava strano trovare qualcuno che, alla tua offerta di una sigaretta, rispondesse “grazie, non fumo”.  Smettere con un vizio così tossico è stata la cosa più intelligente che feci nell’85, ma ci impiegai parecchio a smaltire i residui e spero che i miei polmoni mi abbiano perdonato.

Scusate la disgressione, era per dire che in alcune parti della Cina credo che oggi sia ancora così: fumano in molti ed è assolutamente normale farlo ovunque.  Le nuove generazioni probabilmente cresceranno con una cultura differente e penso che, prima o poi, verrà effettivamente proibito fumare nei locali pubblici.  I primi segnali si vedono nelle principali città cinesi, ma occorrerà del tempo perché si adegui il senso comune.

Torniamo al Dachengquan: ci mettiamo subito d’accordo sugli orari d’allenamento e Fabio capisce subito che dovrà avere una buona resistenza fisica, perché il tempo dedicato al zhan zhuang e e agli esercizi di attivazione sono preponderanti.  Su 3 ore di pratica arriviamo a fare anche 2 ore di postura: chi conosce le modalità del zhan zhuang trasmesse dal M° Guo sa di cosa parlo.  L’intensità della pratica è notevole e non avrebbe senso arrivare non preparati.  Per fortuna la preparazione del mio allievo è considerata sufficiente e quindi il tipo di insegnamento è spinto in profondità.

Riesco sempre a stupirmi da quanti dettagli e sfumature è composto il Dachengquan del M° Guo: anche se credi di conoscere l’argomento, il Maestro riesce sempre a vedere cosa non hai sviluppato a sufficienza e ti fa sentire cosa dovresti fare.  È come se, passo dopo passo, ti plasmasse fino ad arrivare dove voleva… e tu senti il corpo come non lo avevi sentito prima.  Ti rendi conto che in quel modo puoi esprimere davvero più forza integrata.

Questo metodo di lavoro può sembrare snervante e non è per tutti, ma produce evidenti risultati.  Quando si arriva a percepire un nuovo punto nell’immobilità, poi lo si cerca nel movimento lento (shili) e infine nei movimenti liberi.  Rendere stabili le nuove acquisizioni richiede tempo ed è difficile, senza un metodo costante sarebbe impossibile trasferire questo imprint nel  profondo.  Occorre richiamare la giusta struttura più e più volte per non perdere quanto sentito e poter arrivare a utilizzare tutto questo in rapidità e libertà.

Quando vedo filmati di varie discipline oggi di moda su youtube, rifletto spesso su questo aspetto.  Persone che si muovono con eleganza, scioltezza e apparente mancanza di sforzo davanti ad un coltello o a un bastone… quanto di tutto questo si potrebbe davvero vedere in una situazione libera, con velocità e adrenalina?  Quanto funzionerebbe davvero?  La mia riflessione mi porta poi a confrontare tutto questo con quelle discipline dove è previsto il confronto reale e dove eleganza e facilità lasciano il posto a scontri cruenti e molto sanguigni, molto più simili alla lotta dei galli o dei cani da combattimento che a movimenti “mistici e kungfuici”.

Nel Dachengquan ci sono fasi dove ci si muove poco e si suda molto, ma quando poi il movimento si libera ti rendi conto di allenarti con persone apparentemente normali, ma potenzialmente molto pericolose.  Il classico vicino di casa, una così brava persona… salvo quando si trasforma in un serial killer!  Quello che emerge nella pratica del Dachengquan è che il lavoro deve essere costante e senza distrazioni, non è una disciplina da turisti delle arti marziali.  I risultati sono notevoli, ma il dispendio di energie per arrivarvi è alto.

Nei giorni che seguono il mio allievo sperimenta il “battesimo” del lancio contro la parete, sospinto ripetutamente, dal M° Guo e da me a suo esclusivo beneficio, con applausi convinti degli amici cinesi a sottolineare le spinte più riuscite.

Fabio era stato preparato psicologicamente all’impatto degli allenamenti, ma nonostante questo ha dovuto avere volontà e spirito di sacrificio per continuare a praticare giorno dopo giorno senza bigiare, con il corpo che accumulava stanchezza e tensioni.  Per ottenere un cambiamento qualitativo in un tempo così breve, il Maestro era costretto a tenerci sempre sotto pressione, tuttavia l’ambiente era gradevole (fumo a parte) e il corpo nei giorni si abitua.  Alla fine siamo partiti soddisfatti, avendo tempo sarebbe stato bello fermarsi ancora per un mesetto…

Taichung, isola di Taiwan (Cina nazionalista)

Dopo una settimana partiamo alla volta di Taiwan dove per 15 giorni ci alleneremo con il M° Wang Fulai e la Maestra Huang Suchun.

Troviamo la nuova casa dei Maestri a Taichung dove saremo ospitati per tutto il periodo, e ci godiamo mezza giornata di riposo.  Poi si comincia.  Sono consapevole di dover dare un importante esame per conseguire la certificazione internazionale nel Xingyiquan.  Gli allenamenti sono quindi doppiamente importanti per me e tutte le correzioni preziose.  Questo viaggio porta a compimento un lungo periodo di studio e certifica il passaggio da un piano di lavoro ad un altro.  Mancare l’obiettivo significa restare ancorati ad un livello di pratica senza poter passare ai piani successivi.  Cerco di non dimenticare tutto questo, ma decido di vivere l’esperienza “senza scopo”, vale a dire vivendo quello che avverrà senza pormi problemi… nella piena accettazione di ciò che avverrà.

La caratteristica comune nel modo di praticare dei cinesi, anche a Taiwan, è quella della naturalezza. Vivendo in casa la pratica non è organizzata come un susseguirsi di “corsi” con orari rigidi e ben prestabiliti, ma come un continuo alternarsi di riposo e allenamento.  La pratica è individuale e il ritmo scandito dall’organizzazione della giornata.  Diciamo che ci si allena di media 2-3 volte al giorno.  Tre volte alla settimana poi si frequentano anche i corsi a Caotun, nella sede storica dove insegnava il Gran Maestro Wang Shu Jin.  Quando si va a Caotun si torna a casa molto tardi e ancora più tardi si va a dormire, molto tardi.  La notte è infatti l’unico momento possibile per connettersi ad internet, leggere la posta e chiacchierare di tutto tra di noi.

Arrivano poi gli attesi momenti: il consueto omaggio al Gran Maestro Wang Shu Jin, che riunisce tutte le scuole di Taiwan e richiama maestri dalle varie parti del mondo, e il seguente esame nel pomeriggio per me e un altro praticante di Taiwan.  La data tanto attesa quest’anno è il 4 settembre.

La commemorazione del GM Wang Shu Jin avviene alla presenza di molte scuole di Taiwan, caratterizzate dalla moltitudine di magliette di colori diversi riconducibili ai singoli gruppi, alla delegazione giapponese con i Maestri Ozawa e Jibiki Hiroko, al Maestro Ji, il più anziano tra gli allievi diretti del GM Wang Shu Jin.

Scopro con sorpresa ed emozione che il M° Ji ha scritto un libro sulla sua esperienza e ha inserito anche alcune foto nella quale compariamo noi, quando lo avevamo conosciuto nel 2009.  Me lo porge semplicemente in regalo.  Trovarmi inserito in un libro di un anziano e conosciuto Maestro di Taiwan mentre eseguo il Bagua Zhang è un onore e mi costringerà a fare il possibile per corrispondere a questo gesto un livello sempre più adeguato.

A cerimonia finita si va a mangiare tutti insieme in un clima di allegra festa e nel pomeriggio si svolgono gli esami internazionali.  La capacità di calarsi pienamente nel proprio ruolo da parte degli orientale si rivela immediatamente dall’attenzione e dalla serietà della commissione. Se a tavola sembravano compagni allegri, ridanciani e senza problemi a bere qualche bicchiere in più per festeggiare, in occasione degli esami sono già rientrati pienamente nel loro compito e senza alcun segno che lasci trasparire una sbavatura.  Sarà l’impronta della cultura buddhista o si chiama semplicemente professionalità?

L’esame è lungo, non passa mai.  Solo due candidati, un allievo di Taiwan del M° Wang con 18 anni di studio del Xingyi Quan ed io.  Continuiamo ad alternarci per presentare l’interminabile programma completo dello stile.  Alla fine passo l’esame e ho finalmente la soddisfazione di essere al momento il solo europeo ad aver ottenuto questa certificazione.  Con spirito decisamente più sciolto e rilassato i giorni seguenti proseguiranno con la revisione delle tecniche di Bagua Zhang, lo stile decisamente più complesso e raffinato della scuola Cheng Ming.

Di ritorno da questi viaggi restano le profonde impressioni ricevute, la consapevolezza di quanto occorre ancora studiare nonostante il lungo percorso fatto finora.  Mi rendo conto della ricchezza di stimoli e conoscenze assorbite nel corso del mio percorso e della mia necessità di organizzare sempre meglio la didattica per trasmettere a mia volta quanto appreso.  La mia “biblioteca corporea” sta stipando molti volumi di grande interesse, linguaggi diversi per approfondire un solo ampio argomento. Spero di continuare ad accrescere la mia “capacità di lettura” e trasmettere quanto possibile affinché altri possano beneficiare di queste informazioni.  Del resto non dovrebbe essere questo lo scopo di chiunque forma degli allievi?

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